lunedì 28 maggio 2012

The Rock

Eccomi. Finalmente ho un po' di tempo per scrivere. Sono stati due giorni molto pesanti. Pesanti in vari modi. Faticosi, dolorosi, difficili.
Quinn è in ospedale. È stata ferita in un attentato, cercavano proprio lei, Baylong, poteva morire. E ne aveva subito un altro, settimane fa, e non mi aveva detto nulla. Era semplicemente scomparsa. Mi aveva detto di avere molto lavoro, ed era sparita. Mi ha mentito.
E più passa il tempo e più mi rendo conto di quante persone mi mentono, e quasi tutte lo fanno per proteggermi da qualcosa. Ma che senso ha? È stato un duro colpo scoprire la menzogna nel modo peggiore, quando non poteva più essere nascosta, quando corrispondeva alla tua migliore amica in fin di vita, sotto i ferri di un chirurgo, e che ora, dobbiamo esserne tutti grati, rischia "semplicemente" una paralisi permanente. Non mi sono sentita molto protetta, sinceramente. Piuttosto, esposta. Esposta a un dolore improvviso e inspiegabile, che ha preso forma solo dopo, quando per caso sono venuta a sapere la verità. Non era stata una disgraziata coincidenza, cercavano proprio lei.

In poco tempo si sono susseguite la visita ai nonni, lo strazio di Ella, il dolore composto e coraggioso di Paul. Malgrado la sua età decisamente notevole, il nonno di Quinn è una roccia. Sembra in grado di sostenere un'intera città, un pianeta intero, con la sua forza e il suo coraggio. È stato lui, inizialmente, a prendere in mano la situazione. Uno sguardo serio, determinato, come mai gli avevo visto prima, lui che è sempre ironico quasi si tutto. Teneva stretta Ella e intanto impartiva i necessari ordini. "Preparate tutto, andiamo a Capital City". Mi ha chiesto di aiutare Ella a fare le valigie, lo ha fatto con gentilezza e autorità, sapendo che era quello che mi serviva, in quel momento: qualcuno che mi dicesse esattamente cosa fare. Mi ha poi mandato a prendere le mie cose, mi sono venuti a prendere al ranch, e siamo partiti.
Quinn ha detto che io le ho portato i suoi nonni, ma in realtà io sono solo andata da loro, è Paul che ci ha portati qui. O almeno che lo ha fatto immediatamente. Di certo è quello che avrei fatto anche io, ma solo dopo, quando fossi riuscita a ragionare in modo lucido.

Qui a Capital City c'era Fen, il padre di Quinn, ad aspettarci. Aveva un'aria composta, non una parola su quanto stava succedendo, solo un abbraccio a sua madre, senza un cedimento, eppure ogni sfumatura del suo viso diceva come fosse in quel momento a pezzi. Una serietà cupa, ripiegata su sé stessa. In ogni caso ha portato i suoi a casa, mentre io sono andata direttamente all'ospedale. Con Ella abbiamo dovuto insistere un po'. Ha ceduto solo quando Paul gliel'ha ordinato, lui che di solito fa tutto quello che lei vuole, mentre io l'ho assicurata che le avrei fatto avere notizie al più presto.

C'erano tutti. Tutti i Phantom, quasi. E poi è arrivata Eir. Sono contenta che sia arrivata Eir, ne avevo bisogno. Avevo bisogno di un pezzetto del mio mondo a cui aggrapparmi, da stringere forte, un pezzetto del mio mondo in cui sparire.
Vergil non c'era. L'ha saputo da me, ed è bloccato su Safeport per lavoro. E mi manca come non avrei mai pensato potesse mancarmi, lui o chiunque altro. E so che vorrebbe essere qui, e si sente in colpa per questo. Ma lui non ha colpa. Nessuno ne ha. Però lo sento ogni sera. Brevi messaggi, ma è il po' di ossigeno che mi consente di respirare in queste giornate assurde, in bilico sul bollettino medico serale.

Eir si sposa. Non sono riuscita a parlarne con Ritter, alla fine, non era in stanza quando sono tornata, ma l'ho visto felice. Davvero felice. Di quella felicità che trasuda, traspare, qualsiasi maschera tu possa cercare di indossare. Ed Eir è anche lei fuori di sé dalla gioia. Ed Eir è una folle. Non riesco a capire come faccia, ad aggrapparsi all'ironia cattiva, quella che scherza sul peggio della sofferenza, affondarci le unghie e tirare, portando così sia lei che Quinn fuori da quel baratro, dove restano sospese, ma senza cadere mai. Io non ci riuscirei. Io non ci riesco, non riesco neanche a sentirle. A me quelle unghie affondano nella carne, non ce la faccio a ridere di Quinn che cammina sulle mani, o che dovrà ballare al loro matrimonio, o non so che accidenti altro, non ci riesco. Ma l'ammiro. Perché lei sa che è quello che ci vuole, con Quinn, per farla reagire. L'ironia cinica, e quel carico travolgente di amore che la spoglia di ogni cattiveria.
Dio, spero che tutto questo finisca presto. Ogni tanto ho il desiderio di crollare, di rintanarmi in un angolino buio e piangere fino a non avere più gli occhi. Ma non posso. C'è tanto da fare, per ora. E inoltre sarebbe una resa. Mentre Quinn non lo merita. Lei è forte. Lei ce la farà. Ne sono sicura. Quindi devo solo fare quello che c'è da fare, fin quando non sarà tornata quella di sempre.

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