domenica 13 maggio 2012

Riding Home

Mi ha scritto papà, l'altro giorno. In tempo per farmi gli auguri per il mio compleanno.
È stato male, per questo non mi aveva più scritto. Una brutta febbre polmonare. E io non c'ero.

Non so perché l'ho raccontato a Viktor. Del resto a chi avrei dovuto raccontarlo? Quinn è lontana, Eir non c'era, e poi ci sono sempre altre cose più urgenti e importanti di cui parlare. Vergil... non sono mai riuscita a parlare come si deve con lui. Sempre momenti fuggevoli, sempre cose importanti da dirsi, e le mie confidenze in realtà sono tutto fuorché importanti.

Viktor è diverso. Lui è qui, e il silenzio che si è imposto, o che la vita gli ha imposto, riduce le cose importanti a brevi comunicazioni, che lasciano poi ampio spazio per qualsiasi altro discorso, per ore.
Malgrado la stanchezza non riuscivo a dormire. La stessa stanchezza che sento ora, che siamo ancora in viaggio, ma ora so che appena arrivata dormirò per almeno venti ore di seguito. Ieri no, non ci riuscivo. Forse per l'agitazione di aver saputo dei Bolton, forse per il fatto di sapere Vergil ancora lì, o forse per le preoccupazioni del resto del viaggio ancora da terminare. Viktor anche era sveglio, e abbiamo chiacchierato.
Ecco, è una sciocchezza. Ho chiacchierato. Con lui è così. E del resto a volte lo vedo in difficoltà. Vedo la sua espressione. Sembra in procinto di cedere sotto un qualche peso troppo grande. Ed è in quel momento che intervengo, parlando di altro, parlando di me. E l'interesse che dimostra è tale che è palese, come sia una specie di salvagente. Non credo di voler sapere cosa si agita sotto la superficie silenziosa del mio amico immaginario.

Sì, lo chiamo ancora così. Lo sento ancora così.
Lui c'è, è presente, lavora per me, lavora con me. Ma riesco a percepirlo solo come una presenza rassicurante e una figura a cui raccontarmi, come se parlassi per me sola.

Mi chiedo se arriverà mai il giorno in cui io e Vergil potremo parlare così, l'uno con l'altra, aprire il cuore e l'anima, e non pensare a niente altro che a noi. Per un giorno.
Ormai credo che il cuore mi si legga negli occhi. Eleazar, Eir. Loro sanno. Sanno quello che ancora non voglio accettare di confessare a voce alta a me stessa. Quello che temo più di ogni altra cosa. Perché ancora non so. Perché ho paura che il solo pensarlo possa farlo fuggire via, lontano da me e da quello che provo. E non posso accettarlo. Voglio che torni, che mi cerchi ogni volta che ha bisogno di me. Vorrei che avesse bisogno di me. Vorrei davvero essere per lui il luogo del riposo, del sorriso - e no, non dico altro.
Spero che presto lo facciano uscire. Non è giusto che lo tengano lì. Che male può fare? A chi?

Ma ora basta scrivere, iniziano a chiudermisi gli occhi, meglio che aumenti l'andatura o mi lasceranno indietro. E poi ho bisogno di riposare.

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