domenica 1 luglio 2012

Bittersweet

Finalmente un po' di tempo per fermarmi. E ho troppe cose e troppo diverse, da scrivere.
Ho visto Jack. Sono alla fine andata a trovarla. Le fanno male il fianco e la spalla, ma la gamba è sempre il dolore più forte, e quello è costante. È decisa, si è indurita, nei miei confronti. Mi ha chiusa fuori, in un certo senso. E mi ha fatto piuttosto male. In ogni caso dovevo dirglielo. È vero che non sostengo il suo gesto, non lo condivido, come dice lei stessa, ma quanto è successo non può cambiare il mio affetto per lei. Le voglio bene, e questo resta. Anche se riconosco che ha ragione lei. Non può restare al ranch. Il suo odio e la sua determinazione vengono prima di ogni cosa, per lei, per me invece sono il ranch, le persone che ci vivono e lavorano e il loro bene, che devono venire prima di ogni altra cosa. E quindi le nostre strade si separano. È stato doloroso, ho bei ricordi con Jack. Ma sono felice di averli. E soprattutto sono contenta che lei abbia capito che non fingo. Ho sentito il suo cuore stringersi, alla fine, mi basta questo. Mi mancherà.


L'altro argomento è più... complicato. Non è facile parlare di qualcosa di meraviglioso e spaventoso e orribile e travolgente, al tempo stesso. Svegliarsi nella notte travolti da qualcosa di sconosciuto e immediatamente riconoscibile, che ti toglie il respiro e ti strappa da te stessa senza nemmeno il tempo di passare totalmente dal sonno alla veglia. Sensazioni che ti afferrano e che non puoi sfuggire. Ti abbandoni, non puoi fare altro, e sono così impetuose e sconvolgenti da doverti mordere il labbro a sangue, per non gridare, e poi il dolore, unghie affondate nella pelle, e poi più niente, solo quell'amore totalizzante, che ti rendi conto solo alla fine che c'era sempre stato, era lì, per tutto il tempo. E tutto questo è meraviglioso. Lo sarebbe. Se non fosse che lo hai rubato. Che non era roba tua. Non è mai stato per te, e probabilmente non lo sarà mai. E poi il disagio di guardarla negli occhi, sapendo di aver rubato un po' di quello che era suo, di essere stata lì, tra loro, quando nessun altro doveva esserci che loro stessi, di aver condiviso quello che mai avrebbero voluto condividere. Poi Jan e Amelie. Amore ancora, stavolta solido, quieto, concreto, privo dell'ansia di cercarsi, di aversi, di attraversarsi il corpo e l'anima, di fondersi in quel persempre di pochi attimi. Eppure ancora, qualcosa che ti accende gli occhi e sai che non ti appartiene. A cui sai di non appartenere. E di cui neppure ti senti degna, ora che non sei altro che un abominio.
Potrei mai tacere a chi amo quello che sono? E potrebbe mai qualcuno poter desiderare accanto una persona che ti scava dentro? Un parassita, una spia dei tuoi stessi sentimenti, delle cose non dette? Nessuno, mai. Eppure fa male pensare di non poterlo avere, tutto questo. E altrettanto fa male il sapere di desiderarlo. La certezza di dover combattere, per non rubarne, o di star male per averne rubato ancora. Non sarà mai bello come dovrebbe, mai.

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