lunedì 16 gennaio 2012

Distanze

Iniziamo, questo sarà il mio diario.

Avrei preferito scriverlo, sulla carta, con l'inchiostro. L'ho detto anche a Math che mi piace, e mi aiuta a pensare. Ma infondo così è più comodo, sarà sempre con me, quando avrò voglia di buttare giù qualche pensiero, e forse scoprirò che in fondo è come scrivere.

Sembrano secoli da quando ho lasciato Victory. E invece quanto è passato? Poco più di un mese. Eppure mi sembra quasi di essere un'altra persona.

Ho imparato di più del Verse e della vita in un mese di quanto non abbia fatto in 22 anni. Ho imparato usi, costumi, visto mondi diversi. Ho agito in modo vigliacco, e ho mentito a mio padre. Del resto non voglio che stia in pena, già soffre per la mia mancanza, dirgli cosa sia davvero accaduto, con le formiche, sarebbe stato crudele e inutile. Tanto sto bene, ormai.

Ho incontrato tante persone, alcune molto diverse da me, e ho scoperto di poter amare tutti allo stesso modo. 
Devo esser cambiata molto... Ecco che questa parola improvvisamente mi sembra impropria. Amare. Non è forse quello a cui tutti siamo chiamati? Amare ogni persona come amiamo noi stessi? Eppure ecco che lontano da papà e da Victory e da tutto il mio mondo, sembra quasi aver cambiato di significato.
In ogni caso è questo che volevo dire. Quel legame, quel legame profondo con ogni persona. Quello non l'ho perduto. Solo non so dire se accadrà, prima o poi. Spero di no, davvero.

Ho conosciuto persone chiuse, persone strane, persone forti, deboli, alcune che molti definirebbero "inclini al vizio", ma a me sembrano solo... confuse.
E vorrei fare di più. Vorrei risolvere ogni cosa, fare tutto per tutti. E in questo, sì, devo aver preso da papà. E sto imparando che non si può. Puoi esserci, questo è tutto. Essere lì, un promemoria, forse, un segnale "Ci sono. Sono qui per te". Ma non si possono risolvere i problemi altrui. E probabilmente neppure è giusto soffrire troppo per le sofferenze degli altri. Sarebbe aggiungere loro un peso, o almeno così mi sembra.

Non si può fermare un fiume in piena con le mani.

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In questi giorni mi trovo a Capital City, dove ho accompagnato Gracie per lavoro. È incredibile, questo posto. Sapevo tante cose sui pianeti del Core, molte le avevo lette, molte me le aveva raccontate papà. Eppure... essere qui, vedere, sentire, respirare questo mondo così... strano, è diverso, molto.
Kaspar non ama questa città, e neppure è incline a conoscerla meglio. Invece a me piace, anche se la trovo troppo troppo ordinata, asettica quasi, persino nei suoi angoli maggiormente caotici in cui sei investito dalla musica e dai colori sgargianti delle pubblicità olografiche. Ma è un caos non spontaneo, è tutto studiato e organizzato in ogni minimo particolare.
Eppure è bella, pulita, efficiente, maestosa. E mi piace, sì. Come ho detto a Kaspar, mi piace perché è qui. È qui, e non altrove. Non è esportabile, non è espandibile. È Capital City, di Horizon. 
È questo, forse, che l'Alleanza a suo tempo non ha compreso. I modi, gli usi, forse persino le leggi e la tecnologia, dei mondi del Core, sono dei mondi del Core. Non sono universali e non vanno bene per tutti. Come non apprezzerei una mandria al pascolo su Carpathia Square così non apprezzerei una monorotaia su Greenfield, probabilmente. O in ogni caso dovrebbe arrivarci con calma, nel tempo, e per scelta di chi lì vive e lavora, ogni giorno, costruendo il futuro un pezzetto alla volta. Ma tutto questo non mi impedisce di apprezzare Capital City per quello che è: una bella città del Core.


È vero, non posso non pensare a lei, qui. Ma non so cosa penso. Solo ci penso, ogni tanto, è come quando senti un profumo o vedi qualcosa distrattamente. È un attimo, non sai cosa pensi, ma la mente lo registra, è lì. 


Basta per oggi. Ho scritto abbastanza.
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